La storia è bella

Con lo sviluppo economico e le buone rendite agrarie, a partire dall'anno Mille, si caratterizza una nuova figura sociale e lavorativa: l'artigiano. Egli si contraddistingue da quello che è in quel tempo il classico lavoratore, ovvero colui che lavora il terreno. L'Epoca classica ha dato principalmente in eredità al Medioevo quello che noi oggi chiamiamo semplificando "il contadino", ma che in realtà racchiude in sé una capacità lavorativa complessa e poliedrica. Così per semplicità d'ora in poi lo chiamerò: produttore domestico. L'artigiano non ha più un contatto diretto con la lavorazione del terreno, ma diviene il promotere di un cambiamento industriale, che darà origine e fondamento ad un sistema che noi oggi riconosciamo come "moderno". Introduciamo quindi le differenze fra questi due lavoratori. La prima e principale è che l'artigiano non produce più per autoconsumatore, ma la sua produzione è destinata al mercato. Sarebbe però un errore pensare che egli soddisfi solo la domanda locale. Esempio sono i commerci di panni prodotti nel nord Europa, Fiandre, Germania e Inghiterra normalmente commercializzati nel Mediterraneo, mentre i drappi e la seta italiana sono consumati nelle città del nord Europa in un periodo compreso fra XI e XVIII secolo. Ma non solo tessuti, anche oggetti di oreficeria, vetro, mobili di lusso e opere d'arte sono venduti a parecchi chilometri dal luogo di produzione. L'artigiano ha specializzato la propria produzione, ed i suoi prodotti sono una condensazione di capacità fisiche ed intellettuali tramandate nel tempo ed acquisite tramite una lunga esperienza. Lui produce solamente una cerchia di pochi prodotti, raffinando la propria tecnica. Mentre il produttore domestico è scarsamento specializzato, improvvisa molti lavori senza una ripetitività che fa da maestra; come ad esempio il contadino che raramente deve costruire trappole per uccelli o tessere vestiti. L'artigiano ha la bottega, dove al suo interno accumula macchinari sempre più complessi ed elaborati, che siano telai o forni. Dove possibile la bottega è anche la casa dell'artigiano oppure acquista o affitta appositamente un'officina. Ha bisogno quindi di un capitale economico superiore rispetto al produttore domestico che non adopera beni strumentali complessi. Inoltre avendo bisogno di lavoratori specializzati, l'artigiano, si avvale di collaboratori al di fuori della propria cerchia famigliare. La cellula lavorativa di base non è più la famiglia con le terre che vengono lavorate, ma la bottega e i collaboratori. Bisogna comprare, vendere ed assumere personale per essere artigiani. La cerchia dei contatti economici quindi si allarga e così si allarga la cerchia dei contatti sociali. Producendo un intenso fervento ed un bisogno collaborativo che spinge all'aggregazione. Da qui iniziarono a crearsi le botteghe delle Arti.

Anche la famiglia cambia. Quelle contadine avevano una struttura poli-nucleare e con residenza unilocale. Ovvero in uno unico stabile, di dimensioni importanti, risidevano più coppie genitoriali. Nonni, nipoti, zii e cugini condividevano lo stesso tetto. La famiglia artigiana invece ha una struttura nucleare e con residenza neolocale, un unico nucleo famigliare in una nuova casa. In quanto vi è una disponibilità economica individuale, slegata dalle rendita terriera che è ancora saldamente vincolata alle scelte del capo famiglia. Il numero dei componenti della famiglia artigiana è inferiore a quella del produttore domestico e nelle città italiane si attesta ai tre componenti1. Nonostante il distacco dalla famiglia di origine, la maggior parte degli artigiani vive comunque in campagna. Nella Baviera del Settecento, il 75% circa degli artigiani viveva nelle zone rurali. A loro sono affidati i lavori più duri e difficili; ad esempio il fabbro, il calzolaio, il sarto o il mugnaio. Oltre a sviluppare in autonomia figure professionali quali la tessitrici e le filatrici. Ma quanti erano gli artigiani rispetto alla popolazione? A Firenze, nel 1427, dichiarano di non svolgere un'attività agricola, legata direttamente al lavoro del terreno, solamente il 6% della popolazione 2. Tramite una stima è possibile quindi affermare che esisteva un proprietario di bottega ogni 74 persone. Nonostante gli artigiani vivano abbondantemente le campagne, il loro luogo per eccellenza rimane comunque la città. È nei grossi centri urbani che l'artigiano trova un mercato più fornito di materie prime, la domanda è maggiore ed ha possibilità di specializzare ulteriormente la propria produzione. Infine in città è più facile trovare manodopera specializzata. Gli agglomerati cittadini si presentano a partire dall'anno Mille come delle città di produttori e non più, come era stato in epoca antica o in altre zone del mondo, città di consumatori.

Entrando in una bottega

Entrando in una bottega di un artigiano avremmo sicuramente trovato dei collaboratori, in quanto i macchinari sempre più grandi ed impegnativi richiedevano la manodopera di più persone contemporaneamente. Si impongono due differenti tipologie di lavoranti che affiancano il maestro: gli apprendisti (o garzoni) ed i lavoratori. I primi sono spesso giovani, giovanissimi. Possono avere anche meno di 10 anni e restare fino al 20esimo anno di età. Il loro scopo è quello di apprendere il mestiere in un arco temporale specifico, terminato il quale possono entrare nella corporazione ed aprire la propria bottega. Il periodo di apprendistato è diversificato da mestiere a mestiere, da città a città e da epoca a epoca. A Rouen, nella Francia settentrionale, nel 1378 vengono fissati dalle corporazioni 3 anni di apprendistato per divenire maestro tessitore, purgatore o anche follatore e cimatore3, mentre nella Parigi del Quattrocento l'apprendistato iniziava fra i 12 ed i 14 anni e terminava dopo sette. Deve essere un lavoro duro se solo la metà riesce a diventare maestro d'arte. Gli allievi non vengono pagati per il lavoro svolto, ma anzi, deve essere il padre dell'apprendista a sostenere una retta annua (a volte anche pluri-annuale) al maestro, affinché il figlio sia accettato nella bottega. In un contratto bolognese del Duecento, stipulato fra Bernardino di Giovannino ed il maestro calzolaio Piacentino, il padre si impegna a pagare l'artigiano metà all'inizio dell'apprendistato e metà dopo un anno e mezzo. Inoltre il padre deve garantire l'applicazione continua e diligente del figlio nel lavoro. Di controparte il maestro promette di insegnargli i segreti dell'arte. Giacomino, il figlio di Bernandino, diventa a tutti gli effetti un nuovo membro della famiglia del calzolaio. Vive con lui come se fosse suo figlio; viene nutrito e vestito dallo stesso maestro. Diversa invece è la figura del sottoposto o del lavorante, un aiutante che è salariato a cottimo o a giornata. Il lavoratore non è vincolato da alcun contratto e quindi si offre al miglior offerente. Il lavoratore salariato però non può ambire all'aprire una propria bottega.

Quando l'artigiano produce per un mercato locale oppure non ha una vasta schiera di clienti, la produzione avviene su commessione. In modo da evitare scarti o costi di magazzino. È considerato normale nel settore tessile che l'artigiano riceva la materia prima da lavorare direttamente dal commissionante. Gli artigiani di medie e grandi dimensioni confezionano prodotti anche senza avere una commessa dal cliente. Oltre al vendere in bottega è comune partecipare a fiere e mercati organizzati nelle varie zone d'Italia e d'Europa.
Come abbiamo visto la famiglia non è più il perno sul quale girano gli affari dell'artigiano, a prenderne il posto è stata la collettività sociale. Per questo si instaurano corporazioni, arti o paratici in modo da organizzare la lavorazione in base al settore. Nell'Italia fra XV e XVII secolo, vi erano sette gruppi artigianali principali: di prima importanza era il tessile e l'abbigliamento, seguivano quelli legati al mondo dell'alimentazione, le costruzioni, la lavorazione dei metalli, dei legno ed infine quella del cuoio4.