La storia è bella

Molti turisti, capitati forse per caso a Mantova durante i giorni del “Mantova Medievale”, rimangono spesso stupiti e meravigliati nel vedere persone in abito storico intenti a rievocare una battaglia (ai più) semi sconosciuta. Forse non fu nemmeno tanto importante sul piano bellico e strategico europeo, ma sicuramente lasciò il segno in entrambe le casate che la combatterono. I Gonzaga avevano preso da poco tempo il predominio sulla città virgiliana, grazie ad un colpo inferto alla famiglia Bonacolsi. Il loro governo, una volta saliti al potere, divenne velocemente saldo grazie ad una riforma interna volta al consolidamento del potere cittadino sulle altre famiglie urbane e del contado. Per quanto riguarda la politica esterna, invece, i Gonzaga ereditarono una situazione internazionale molto calda. Morto Cangrande della Scala i veronesi persero quella spinta espansionistica, lasciando in tranquillità il nord-ovest del mantovano; ma passò poco tempo che ad affacciarsi al confine arrivarono altri nemici.
Mantova era stata indipendente per parecchio tempo, nonostante fosse una piccola regione fra grandi potenze. Ma non era una libertà tout court, Mantova era uno stato satellite dei Visconti, ed i milanesi se ne sentivano comunque padroni anche senza manifestarne il potere, facendo di Mantova ciò che ne volevano. I Gonzaga, partendo da Ludovico II, iniziarono una strategia di assecondamento, non avendo risorse economiche importanti con le quali armare un esercito, non entrarono in guerra né con né contro quelli del biscione. Per esempio, Mantova è stata la grande assente nella guerra principale del secolo: quella degli Otto santi. Con la prematura morte del terzo Capitano del popolo di Mantova, avvenuta nel 1382, la reggenza cittadina passò al giovane Francesco Gonzaga, il quale decise di continuare fedelmente la politica del padre. Tanto convinto di tale decisione che arrivò perfino a far decapitare la propria moglie, Agnese Visconti, figlia dell’usurpato Bernabò, in quanto rea di tramare contro il Gian Galeazzo, compromettendo la politica estera mantovana. Ma la guerra era inevitabile: Francesco Gonzaga, sentendosi buggerato dopo la promessa non mantenuta del milanese di attribuirgli le terre di confine fra Verona e Mantova, decise di cambiare politica e di schierarsi apertamente contro il milanese. I milanesi avevano già conquistato gran parte del nord Italia ed avevano circondato Mantova: prese Cremona nel 1334, Brescia nel 1337 e Parma nel 1346 poi anche Reggio Emilia nel 1372 e Verona nel 1387. Ad esclusione di Modena [sotto gli estensi], la città di Virgilio, non aveva più via di scampo. Mantova era diventata “solo una questione di tempo”, come scrisse già il Bernabò Visconti.
Per i milanesi invece bisogna cambiare registro: con Bernabò Visconti iniziarono una politica espansionistica, accaparrandosi sempre più città ed avendo come fine, non troppo celato, quello di unificare l’Italia. L’ascesa di Bernabò però non durò, in quanto il nipote Gian Galeazzo, ne usurpò il potere continuando quella politica estera basata sulla forza militare. Il milanese aveva un carattere rude e violento, ma voleva essere chiamato Conte di Virtù, per farsi vezzo di quella Vertus (contea nei pressi di Parigi) che simboleggiava un’alleanza con la potentissima casata francese, e che aveva ricevuto in dote grazie al matrimonio politico con Isabella di Valois.
Situazione mantovana: i mantovani, guidati dal duca d’Este avevano il nucleo principale dell’esercito a Governolo e altre truppe si erano fortificate a Borgoforte. Bartolomeo Gonzaga, capitano di ventura, si era attestato a Mantova, nella speranza di non essere parte attiva della battaglia.
Situazione milanese: i milanesi avevano un caposaldo a Pavia, retto da Galeazzo II Visconti, padre di Gian Galeazzo, e da lì fecero partire (in diverse date) gli attacchi al serraglio mantovano. Attraversando il territorio di Cremona riuscirono a distruggere due volte Borgoforte ed una Governolo, facendo di Guastalla il proprio centro logistico. Le truppe viscontee erano guidate dal temuto Iacopo dal Verme, eroe di molte battaglie, e che il solo nome incuteva paura nelle schiere avversarie. Fino a quel momento non aveva ancora conosciuto l’acre sapore della sconfitta.
Ma veniamo a quanto ci ha lasciato di scritto Giovanni Sercambi nel suo testo: Cronache delle cose di Lucca. In realtà questi due stralci non rappresenta la battaglia finale del 1397 ma sono i resoconti del primo attacco datato 1357.

Immagine del libro di Giovanni Sercambi denominato 'Cronica'

CCCCLIIL - COME LO DUCA DI MELANO MANDÒ SUOI GENTI PER PRENDERE MANTOVA – Avendo il dugha di Milano et conte di Virtù in sugli occhi la ciptà di Mantova e quello signore, e avendovi mandato mólta gente da cavallo e da piè, e simile per aqua molti navigli, quazi a l’entrata del mese di gungno dicto anno, messer Galeazzo Porro partendosi da Pavia com molti denari e con molti da cavallo per andare scorta verso Mantova a quelli che Mantova teneano strecta per lo dicto dugha, sopragiungendo la gente del signore di Mantova, la quale s' era messa in aguaito, chacciandosi adosso al dicto messer Galeazzo e alla gente del dicto dugha, e quelli del dugha non potendo resistere, doppo molti morti e feriti dell'una parte et dell'altra, il predicto messer Galeazzo fu ferito, della quale ferita morio, et presi di quelli del dugha più di M (mille) combactenti. E di vero il dugha arebbe il giorno avuto troppo grande rocta, sì delle genti prese e morte et de' denari perduti, se non che il conte Currado, avendo sentimento di ciò, e lui essendo al servigio del dugha di Milano e presso alle bastìe del serraglio di Mantova, cavalcò con più di MV (mille e cinque) chavalli e riscosse tucti i pregioni et denari che il dugha mandava per pagare i suoi soldati.

Cronica, Giovanni Sercambi

CCCCLIV - COME LE GENTI DEL DUGHA DIENNO' UNA ROCTA ALLE GENTI DI MANTOVA- E facendo quine bella bactagla, e molti dell'una parte e dell'altra funno morti e feriti, et vigorosamente ciaschiduno sua virtù mostrava. Alla fine la gente del dugha fu vincitore, e oltra li riscossi, prese della gente del signore di Mantova più di VI (sei) cavalli per la qual presura il signore di Mantova fu molto più strecto dentro del serraglo, e già avea perduto più di sei chastella fuori del seraglio. E così sta il mantovano rinchiuso. E per tucto questo non mancha però che maggior guerra non s' ordini l’uno colli amici suoi e l'altro con suoi, intanto che il dicto dugha dì Milano, per potere la dieta terra et seraglio di Mantova stringere, ordinò che tucti sbanditi di suoi terre e iurisdictione s' intendessero e fussero ribanditi, se tali servissero alquanto tempo allo stringere e allo exercito contra Mantova. E stimasi che li sbanditi che il dicto dugha rimisse funno più di VI (sei) e tucti funno messi allo stringere di Mantova. E così come nimicha del dugha sta strecta. Or chome le cose seguiranno, a suo tempo sì scriverà tucto. Cronica, Giovanni Sercambi

Piccole note di traduzione: Il conte di Milano, volendo per sé Mantova, inviò un primo gruppo di truppe, guidate dal padre Galeazzo II Visconti. A supporto fece inviare anche un secondo gruppo –sempre da Pavia- guidate da Galeazzo Porro, figlio di Francesco Porro cancelliere della casata milanese. Dopo forti scontri, e con mille morti, morì anche il citato Galeazzo. Sarebbe stata una sconfitta per i milanesi se non fosse arrivato il conte Corrado, con mille e cinquecento soldati a cavallo, che per pietà e buon cuore, decise di aiutare i milanesi nell’impresa. La battaglia era vinta ed il duca di Mantova si ritrovava sempre più stretto nella sua città, avendo perso anche sei castelli. Il duca di Milano ordinò di svuotare le carceri in modo da arruolare i banditi contro i mantovani. Ora, come le cose seguiranno, a suo tempo lo scriverò tutto.