Premetto che le fonti sono inerenti al territorio dello Stato Pontificio ed al centro Italia. Ma credo che la legislazione, le ideologie e la trattazione delle casistiche non siano molto diverse per quello che poteva essere il nord dell'Italia. Devo far un ulteriore premessa: quando nelle fonti storiche si parla di "stuprum" si possono intendere due casistiche diverse: quella con violenza e quella senza violenza. Nel caso in cui non vi fosse violenza si parla di un rapporto extraconiugale con il consenso femmineo, dove la donna poteva essere: vergine, nubile o vedova. Si differenzia dal rapporto adultero perché in quest'ultimo la donna è sposata con una terza persona. Come lo intendeva il lex Iulia de adulteriis coercendis1. L'altro caso è invece quando vi fosse violenza, cioè l'assenza del consenso femminile. Fino al XIV secolo risultano essere rari gli statuti che legiferano sui rapporti extraconiugali, i quali si orientano principalmente sui casi di violenza carnale. Il clima muta dalla seconda metà del Trecento e si intensifica nel Quattrocento. Arrivando anche a legiferare contro baci o abbracci rubati.

In un mondo privo del test del DNA è molto dura conoscere la vera paternità del nascituro. È da questo semplice e quasi banale concetto che si basa tutta la logica e la percezione maschile della donna/moglie durante il Medioevo. Come abbiamo visto nei vari articoli precedenti, la donna cessata la liturgia del matrimonio, doveva lasciare la propria dimora per entrare nella casa del marito. Spesso erano matrimoni di convenienza, fatti per distendere i rapporti fra due famiglie rivali; per migliorare lo status sociale della famiglia si dava in matrimonio la propria figlia ad una famiglia più altolocata. Per tanto, nel nuovo ambiente, la donna era percepita come un'avversaria sociale. Non come un ospite, ma come una serpe in seno. La società del tempo si basava fortemente su uno stretto legame famigliare; più improntato alla visione sociale romana delle Gens, più che ad uno schema futuro basato sulla nazione. Non esistendo ancora uno stato, la famiglia doveva provvedere ed a generare meccanismi interni di prevenzione sociale, di assistenza e di mutuo soccorso. Era un ecosistema chiuso e spesso in dissidio con altre famiglie. In questo serrato schema di parentele, la donna doveva possedere una dote fondamentale per essere accetta: la verginità. Ovviamente se ella era una novizia, nel caso fosse una vedova le si chiedeva la continenza. Lo scopo era quello di garantire la continuità ereditaria dello sposo, evitando di generare figli con caratteristiche inferiori.
L'uomo manifestava il proprio controllo permanentemente sulla donna in quanto era l'unico strumento in grado di garantire la legittimità della prole. La donna per tanto doveva rimanere fedele. Dalla sua morigeratezza dipendeva l'onore di entrambe le casate, ma non solo. Anche la ragazza stessa dipendeva dalla propria prudenza sessuale: avere una cattiva fama sociale significava avere una discriminante giuridica in caso di processo. Ella rischiava di non avere tutele adeguate se conduceva una vita frivola. Bisogna precisare che la casta sociale di appartenenza poteva essere una cartina tornasole per valutare la moralità della donna. Ma chi era una donna "honesta"? Con tale termine si intendeva una donna che era capace di stare al proprio posto, di seguire le regole, ma soprattutto si fondava sui concetti di pudore e verecondia. Il tradimento maschile era molto più tollerato di quello femminile, in quanto non avrebbe generato ambiguità sulla nascita dell'eventuale prole. L'uomo poteva avere dei rapporti extraconiugali a patto che non sfociassero nel concubinato. Tale situazione era fortemente repressa dai giudici e dai legislatori.

Il tradimento - Memmo da Filippaccio. 1305-1315 San Gimignano, Palazzo comunale.

A tradimento avvenuto

Se i due colpevoli venivano colti in flagranza, il marito o i parenti della donna, potevano uccidere i due adulteri senza incorrere in pena alcuna. Se invece la donna era accusata di aver commesso il misfatto, si doveva indagare se il rapporto fosse avvenuto con il consenso di lei. Nel caso vi fosse una volontà nel commettere adulterio, le pene potevano aggravarsi maggiormente. Il luogo in cui veniva commesso il reato poteva essere considerato un motivo di aggravante: il luogo peggiore era la casa coniugale o paterna. Se il seduttore o tratteneva la donna per diversi giorni o conduceva la donna in altre località veniva considerato un ulteriore aggravante. Le pene per l'uomo erano pecuniarie le quali si trasformavano in corporali nel caso di insolvenza. Diversamente andava alla donna: se fosse stata consenziente e l'adulterio era comprovato, l'accusata perdeva l'intera dote, che veniva devoluta interamente al marito. A partire dalla metà del XIV secolo si adottarono ulteriori misure, più infamanti. Se la donna non versava l'ammenda, ella veniva denudata e fustigata sulla pubblica piazza, e poi messa al bando. Queste disposizioni civili erano in netto o parziale contrasto con la dottrina canonista, la quale pur considerando l'adulterio una colpa assai grave, era del tutto aliena dal sostenere che bisognasse punire le persone alla stregua delle rigorose disposizioni del diritto romano e dei giudici germanici.

Nel caso l'uomo commettesse stupro sia "sine vi" (senza violenza) che "cum vi" (con violenza) la pena costituiva nel provvedere di una dote per la ragazza, oltre a diverse ammende comunali. Inoltre nel caso i due non fossero già sposati, l'uomo veniva costretto a prendere la donna in moglie. Per adempiere a tale regole, però, i due dovevano appartenere allo stesso ceto sociale e i parenti della ragazza dovevano acconsentire all'unione. Nel qual caso l'uomo non volesse sposare la donna o non potesse pagarle la dote per lui c'era la pena di morte per decapitazione. A Ronciglione, invece, in tale casistica si confiscavano tutte le proprietà del violentatore. Restando sulla parte maschile, a destare più attenzioni del adulterio era il caso del concubinato; soprattutto da parte dell'uomo sposato. Se l'uomo e la donna erano entrambi liberi, ma conducevano una vita di coppia come se sposati, fino al Concilio di Trento (1545-1563), la Chiesa fu più volte indulgente. Riconoscendo in tale situazione una presunzione di matrimonio. Lo status delle concubine peggiorò nella seconda metà del XV secolo, diventando pari a delle meretrici. A loro venne fatto divieto di vestire come le donne oneste, senza ori o perle. Peggio andava all'uomo che decideva di andare a vivere con l'amante, lasciando sola la moglie o chi conduceva la concubina nella casa assieme alla moglie. Numericamente inferiori sono le leggi che trattano la bigamia, il che fa pensare che fosse una realtà poco diffusa rispetto ai casi precedenti.

1 Legge romana emanata da Augusto fra il 18 a.C. al 16 a.C.