La seconda fase, chiamata "del consenso", vedeva come protagonisti i due sposi. Entrambi dovevano acconsentire all'unione utilizzando una formula al presente (praesenti). Seppur non erano essenziali le altre due fasi, questa risulta essere quella principale, anche nel Medioevo. Questo scambio di accettazione e di mutuo aiuto, era coadiuvato da gesti e simboli variegati e di difficile catalogazione, vista la diversità che ogni comunità si tramandava. Nel padovano sembra essersene diffuse principalmente due: «vis tu me in maritum tuum?» con relativa risposta «sic». L'altra formula era per la sposa «ego te accipio in meam maritum» e per lo sposo «ego te accipio in meam mulierem». Mentre il celebrante rispondeva ad entrambi «Quod est matrimonium». Tali formule sono prese dall'Archivio di Stato di Padova, libro Notarile, volume 39.1

Tornando a Maffeo e Cateruzza, loro recitarono la formula veneziana che recitava: «ego accipio te in meum legitimum virum et maritum». Solitamente era la sposa a pronunciare il proprio assenso o nel chiedere la conferma. Pur in presenza di un cerimoniere ad officiare il rito, la volontà delle parti poteva esprimersi in maniera attiva, passiva o mista. Nel primo caso erano gli sposi stessi a pronunciare la formula, nel secondo era il ministro del rito ad interrompere gli sposi, mentre nel terzo, solo lo sposo assumeva il ruolo attivo nella cerimonia. Il primo matrimonio di Cateruzza venne utilizzata la formula passiva. «dona Catherucia, vultis ser Zilium sartorem de Padua hic presentem in vestrum legitimum sponsum et maritum?»; questa rispose «sic».
Ottant'anni dopo, nel 1440, la formula era notevolmente cambiata, in quanto Elisabetta, sposando Valente, dichiara: «olde mo' Valente [...] esto contento che sia toa moier e ti mio marido?». Mentre lui rispondeva: «io son contento zò che ve piaxe». Già è riscontrabile un accento veneto marcato.

Matrimonio nel Medioevo - Sposalizio della Vergine. Giotto, Cappella degli Scrovegni.

La cerimonia del consenso il più delle volte era celebrata nella casa della sposa oppure si sceglievano luoghi insoliti o strani. Nella stalla, in cucina, al pascolo o in soffitta. Solo raramente si sceglieva il sacrato di una Chiesa. La motivazione era semplice quanto intuitiva: si voleva dare una connotazione quotidiana alla cerimonia, e quindi la donna sceglieva il proprio luogo di lavoro o dove maggiormente passava il proprio tempo. Sì, alcuni matrimoni - viene riportato dalle fonti - sono stati celebrati in osteria. Alla Chiesa non interessava dove si svolgesse lo scambio del consenso, la ritualità e la gestualità che accompagnave tale cerimonia, ma prestava l'attenzione sulla formula dello scambio del consenso. Quattro giorni prima della cerimonia del consenso venivano esposte le carte, in modo da informare tutta la cittadinanza, mentre a casa di Cateruzza, il giorno precedente al suo matrinio fervenano i preparativi. Tale giorno è dedicato al lavaggio rituale dei capelli della sposa2. Probabilmente un rito di purificazione, cui non dovevano essere estrenee funzioni di separazione della futura sposa dalla famiglia. Dopo il matrimonio, quei capelli, non saranno più esposti e visibili a tutti. Il giorno delle nozze tutte le donne della casa partecipavano alla vestizione della ragazza. Raramente la sposa era vestita come nel famoso quadro di Giotto "Sposalizio della Vergine". I capelli ornati da un prezioso diadema, una veste candida splendidamente drappeggiata, un lungo strascico potevano permetterselo solamente le donne di un ceto agiato. Solitamente la sposa aveva una coroncina di fiori ad ornarle il capo ed una tunica colorata. Una volta pronta aspettava l'arrivo dello sposo, il quale arrivava supportato da un corteo di parenti della sposa ed amici. Un corteo chiaccioso e festante che giunto sul luogo delle nozze veniva accolto dalla madre della sposa.

Come abbiamo detto, la gestualità, per la chiesa era superflua a differenza della visione laica. Il consenso, per le due famiglie, doveva avvenire non soltanto con le parole, ma anche con determinati gesti. Così il consenso doveva essere espresso mentre i due sposi si tenevano un con l'altro le mani. A forma di coppa, la donna doveva inserire le proprie mani all'interno dell'anca formata da quelle dell'uomo. Gesto che ancora oggi la frase "dare la mano" fa intendere il rito del matrimonio. Altre forme di consenso fisico si ottenevano tramite un bacio o l'inanellamento. Malgrado l'efficacia propagandistica e divulgativa del modello di matrimonio della Vergine - del già citato Giotto -, basato sulla cerimonia svoltasi in Chiesa o sul sacrato, tramite lo scambio degli anelli, rimase per tutto il basso Medioevo di scarsa diffusione. Cateruzza, nelle sue seconde nozze, scambiando i consensi si fece inanellare da Maffeo.

1 ASPD, Notarile, vol. 39, «Liber primus extensionum Bartholomei Nicolini notarii», cc 59v, 66v.
2 Statuti e capitolari di Chioggia dek 1272-1279, p. 102 rub LXX «Qualiter sponsus debet visitare sponsam»;