Il matrimonio medievale popolare era costituito da tre fasi, diverse e ben distinte una dall'altra. Nessuna delle parti del matrimonio però risulta essere vincolante per l'efficacia del contratto matrimoniale. Anche se ne venisse a mancare una il matrimonio era considerato comunque valido. Si differenziava da quello religioso in quanto quello ecclesiastico prevedeva una fase dedicata al consenso dei due sposi ed un ulteriore fase di consumazione. Nessuna di queste due fasi poteva essere saltata o esclusa per ritenere valido il sacramento, come ci riporta il giurista Graziano del XII secolo.

La promessa

Al di là dei tentativi della Chiesa di mettere ordine e discplinare un istituto così vivace e plastico come il matrimonio, il quale si distingueva per una disomegeneità tutt'altro che liscia ed uniforme. Esisteva una variegata dimensione individuale, famigliare e comunitaria dell'istituto che aveva mantenuto nel corso del tempo una propria preminenza. Esso - il matrimonio - era composto dalla promessa (o sponsali), dal consenso e dalla transductio. Nella prima fase le due famiglie si incontravano e negoziavano i termini. Di importanza fondamentale era la dote, ovvero l'ammontare in beni o denaro che doveva donare la famiglia della sposa alla famiglia dello sposo. Se una donna fosse stata orfana o priva di una dote c'era una commissione cittadina che per volontà del testatore contribuiva a creare una dote a doc, spesso composta - in questi casi - da un corredo di lenzuola ed oggetti personali1. Ma non si parlava esclusivamente del matrimonio in questa fase; si trattava anche una possibile alleanza fra le famiglie e di quali vantaggi o favori ne sarebbero scaturiti. Quando i capi famiglia, o chi maschio ne prendeva le veci oppure ancora i sensali (persone esperte nelle contrattazione), giungevano ad un accordo, l'esito veniva reso noto a tutta la popolazione tramite affissioni pubbliche sulla porta del sacrato. A questo punto il padre della sposa e lo sposo si davano appuntamento presso un luogo pubblico e lì avveniva la cerimonia degli sponsali. Ovvero lo cambio verbale del consenso per verba de futuro, che procurava validità ed effettività agli impegni sin là ratificati. Il rito era riservato ai soli uomini. A parlare per primo era il padre della sposa, pronunciava il consenso per la figlia utilizzando il verbo al tempo futuro. Lo sposo (ma poteva essere anche il padre dello sposo) rispondeva con la medesima promessa declamando la stessa formula. La stretta di mano suggellava l'accordo preso dalle due parti contraenti e lo rendeva pubblico. Solo a quel punto un notaio formalizzava per iscritto il negozio in un contratto matrimoniale.

1 maggiori informazioni su "Storia del matrimonio" di Daniela Lombardi.

La prima fase del matrimonio - Corteo nuziale. Giotto, Cappella degli Scrovegni.