Il cielo plumbeo, scarsa luce ma omogena e diffusa in modo capillare. Un’immensa distesa d’acqua che rendeva irriconoscibile il territorio in cui sono nato, lo trasformava in un immenso specchio riflettete, lasciando comunque il cielo scuro. Questo è quello che ho trovato dopo esser salito sull’argine di Riva di Suzzara. Erano le 10 e mezza del mattino e il passaggio della piena era previsto per le 14, ma il livello dell'acqua pur essendo cresciuto paurosamente negli ultimi giorni, non mi preoccupava più di tanto. Ho visto piene più terrificanti, come quella del 2000, quando a Boretto il livello idrico aveva toccato punte di nove metri e zero sei. Record ancora imbattuto. Mentre a Borgoforte l’acqua aveva raggiunto l’impressionante altezza di 9.93, tre centimetri sotto la piena del ’51.

Ho scelto proprio quel giorno, evitando giornate soleggiate, per evidenziare la drammaticità ed il pericolo. Un cielo carico di pioggia avrebbe simboleggiato maggiormente l’ansia, la paura che piovesse nuovamente, aggravando la situazione già preoccupante. Così, un cielo terso, limpido e soleggiato avrebbe dato agli scatti un’atmosfera più serena e distesa. Quasi una foto da cartolina, stile “saluti da Suzzara”, normalizzando una situazione straordinaria. Che avrebbe perpetrato lo stereotipo della Suzzara costruita fra nebbia e piene del Po. Non è così, a mio parere questo evento è e deve essere ricordato come una situazione di pericolo, che volente o nolente il nostro territorio ha bisogno di cure continue. Che l’intervento umano deve essere minuzioso e pronto a mettere in sicurezza ogni aspetto ed ogni struttura atta a tale fine.

Il pericolo principale deriva dai fontanazzi, ovvero delle infiltrazioni risorgive nella parte esterna dell’argine dalle quali sgorga acqua, minando la stabilità della barriera in terra. Quindi ogni pozza d’acqua nelle zone limitrofe devono essere controllate nei minimi dettagli, alla ricerca delle bolle che indicano inequivocabilmente una nuova fonte. Il terreno esterno alle arginature si riempie di acqua, due dita non di più, rendendo comunque difficile e spesso infruttifera la ricerca di lombrichi da parte degli uccelli. Il loro canonico rito della ricerca di cibo deve spostarsi di qualche decina di metri più in là. Chi invece non ha scampo sono quegli animali che non possono spostarsi su ampi spazi, come gli scoiattoli. Cercano di mettersi in salvo su delle piante, portandosi delle provviste, sperando che la piena passi il prima possibile. La loro vita non è totalmente in pericolo, perché, contrariamente a quanto si crede, la loro tana è molto simile a quella degli uccelli. In cima alle piante creano un piccolo rifugio, e durante l’autunno “seminano” le ghiande e le nocciole che, grazie ad una sorprendente memoria, saranno utili durante l’inverno.

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