Bartolomeo de Benedetti1 è la persona che rievoco e di cui sto ricostruendo tramite ricerche il passato, di cui indosso i suoi panni durante le rievocazioni storiche a cui partecipo. Di lui però conosco poco, non so ad esempio dove e quando sia nato, dove stabilmente risiedeva e molte altri dettagli che sarebbe interessante conoscere. Durante le mie ricerche presso l'Archivio di Stato di Mantova ho ritrovato solamente ottantaquattro lettere scritte (o dettate) dallo stesso Bartolomeo, databili in un arco temporale molto ristretto (1372-1378). Quindi parlare ampiamente di lui è quasi impossibile, viste le grosse lacune conoscitive, ma è comunque possibile delinare una persona da quanto emerge dalle fonti e da tutto quelle informazioni relative alla sua epoca. Per comodità divido la vita di Bartolomeo in due fasi: la prima legata ai lavori di costruzione del castello di Suzzara con le relative arginature, da attestare fra il 1372 ed il 1375, ed una seconda parte legata ai lavori in opera di Governolo. Molti furono i lavori che Bartolomeo dovette seguire anche al di fuori delle due città citate.
Le lettere mostrano una grafia incerta, una minuta gotica corsiva brutta da vedere, spesso illegibile. Lettere nelle quali vengono utilizzate terminologie ed espressioni del dialetto parlato e nelle quali il latino è solamente un vago ricordo. Molte sono le ripetizioni, le abbreviazioni e le varie misure delle strutture che mano a mano venivano completate. Molto lontane da quei codici miniati che spesso si vedono nelle mostre. Eppure chi scriveva tali missive era spesso un professionista, uno che la scrittura la doveva cnooscere e la utilizzava per lavoro. Purtroppo però molti dei corrispondendi dei paesi mantovani erano analfabeti, illettrati e poco avvezzi nel tenere la penna in mano. Così spesso si ricorreva all'utilizzo di formule ricorrenti, come quella introduttiva del "Magniffice Domine mi". Alcuni provavano a scrivere di proprio pugno le missive mentre altri facevano ricorso a scrivani, ma i risultati in entrambi i casi erano pessimi. Forse lui, Bartolomeo, non sapeva né leggere né scrivere e quella che oggi è rimasta sulla pergamena è la scrittura di un altro oppure, a contrario, potrebbe aver frequentato un'Università ed aver seguito un percorso di studi. Probabilmente a Padova oppure a Bologna, le due facoltà in quell'epoca nella nostra zona.
Il “De Benedicti” utilizzato come cognome in realtà potrebbe avere due genesi differenti: quella che personalmente ritengo meno probabile legherebbe Bartolomeo alla città di San Benedetto. Delinando quindi la provenienza del mio personaggio. Era assai comune sul finire del Medioevo, vista la crescita demografica, nominare una persona oppure un'intera casata in base alla propria terra d'origine. Così come Leonardo da Vinci o gli Este, senza dimenticare i Gonzaga. L'altra ipotesi è legata al nome di un antenato di Bartolomeo, in quanto era usanza comune quella di attribuire al primo genito il nome del nonno paterno. Con lo sviluppo demografico e l'allargamento continuo dei nuclei famigliari, differenziare i vari membri del gruppo divenne sempre più difficile. Così il nome veniva sostituito da dei soprannoni che richiamavano caratteristiche fisiche o comportamentali dell'individuo. Ma non solo spesso veniva specificato il nome del padre. Bartolomeo di Bartolomeo, uno dei tanti che ho incontrato leggendo i testi, ne è un esempio. Oppure interi rami famigliari venivano differenziati in base al nome del capostipite. Così il cognome di Bartolomeo potrebbe derivare da un parente lontano che si chiamava Benedetto, facendo quindi leggere il suo nome come "Bartolomeo del ramo famigliare iniziato da Benedetto".

Dalle prime lettere scritte da Bartolomeo si capisce che egli è un giudice degli argini, una sorta di notaio/architetto a cui era stato affidato il compito di controllare l’integrità delle barriere protettive attorno ai vari canali. Ma non solo: aveva il compito di trovare il personale lavorante per le factiones, ossia il lavoro comune obbligatorio, in caso di sistemazione, riparazione o di costruzione di nuove strutture. Trovare uomini per organizzarvi sopra delle ronde di controllo, al fine di evitare manomissioni durante le stagioni di guerra, controllare l’erosione delle rive da parte del fiume ed inoltre si preoccupava di controllare la pulizie delle rive e delle alzaie. Quest'ultime erano delle pista sugli argini che servivano al tiraggio tramite corda delle barche che dovevano risalire contro-corrente il fiume. Dovevano essere perfettamente spoglie e pulite in modo che gli operatori non fossero ostacolati durante le fasi di traino dei natanti. Lo stipendio che percepiva non doveva essere particolarmente elevato, confrontato con altri lavoratori del suo livello. Inoltre molti suoi colleghi si lamentavano dei ritardi sui pagamenti da parte di Ludovico Gonzaga.

3 maggio 1374, dall’argine di San Nicolò si lamenta dei lavoratori di Luzzara
“Se li rimprovero maledicono Dio, la Vergine ed i Santi. Sono uomini pestiferi e per la maggior parte dei familiari [servitori, operai comuni] che non vogliono lavorare neanche a loro vantaggio; al lavoro dopo l’ora terza [le nove o le dieci del mattino] si allontanano quando vogliono loro.”

Probabilmente, visto il ruolo lavorativo assunto nel 1372, senza essere mai scritto o essere citato negli anni precedenti, Bartolomeo cessato un periodo di scolarizzazione o di apprendistato potrebbe essere nato nei primi anni del '40 del XIV secolo. Il che lo poterebbe ad avere un'età circa di quarant'anni alla scrittura della sua prima lettera al Gonzaga. Mantova in quel tempo era in carenza demografica e si avvertiva un pressante bisogno di ricostruzione edilizio: alle porte incombeva l'avanzata dei milanesi. Così le cariche pubbliche potevano essere attribuite anche a chi aveva poca o scarsa esperienza. Nel 1377, Bartolomeo, viene nominato vicario di Governolo, città del mantovano seconda in importanza militare e commerciale solo al suo capoluogo. È a questo punto che la corrispondenza di Bartolomeo aumenta esponenzialmente. Delle seicento lettere giunte fino a noi oggi, circa cento sono redatte da Bartolomeo. Ma la situazione che descrive, dall'apice delle difese mantovane e punto fluviale nevralgico della difesa del serraglio, non è delle più rosee. Il compito di Bartolomeo a Governolo è quello di ricostruire la città dopo le pesanti scorrerie viscontee del 1357 e del 1368 e di fortificare nuovamente la città per un ulteriore attacco milanese. Incarico quindi molto importante, che richiedeva capacità tecniche e soprattutto fiducia da parte di Ludovico Gonzaga.
Preciso che furono diversi i vicari che si alternarono alla ricostruzione di Governolo e Borgoforte, in modo che nessuno potesse sviluppare reti sociali in grado di sovvertire il potere gonzaghesco.

19 luglio 1377, Governolo
"Magnifico ed eccelso Signore (domine), vi informo che il magister Andrea fornaxarius [il capo mastro addetto ai forni. ndr] mi disse di voler andare ad abitare in una nuova casa da fare ad abbellimento della fornace, mentre i suoi lavoratori andrebbero in quella ove lui adesso abita. Casa che però dovrei far chiudere de tacii et perticis [in quanto non completamente in muratura ma con tamponamenti vegetali]. Ma gli uomini consultati optarono per una soluzione più confortevole e duratura: quia vellent facere unam bonam expensam, ovvero coprire la casa con dei quadrelli ancora crudi, per giunta de duabus testis, quindi con uno spessore consistente di muratura anche se di argilla cruda. Per raggiungere tale scopo sono anche disposti a rifondere di tasta loro, le spese al magister Andrea. Serve solo il vostro consenso all'utilizzo della fornace."

Non avendo materiale diretto a cui attingere sul Bartolomeo uomo, per scoprire il carattere e alle idee personali, sono costretto a ricorrere ad una figura similare, ma di diverso spessore civile e culturale. A più ampio respiro sono gli studi condotti su Andrea Painelli (~1315-~1383), noto anche come Andrea da Goito, i quali creano e delineano un preciso riferimento al mio percorso di ricerca. In modo particolare il "Cultura e vita civile a Mantova fra ‘300 e ‘500" di Giancarlo Schizzerotto mi ha dato importanti spunti di riflessione. Andrea fu una persona di spicco nella società, in quanto dopo gli studi accademici ha svolto una carriera diplomatica presso la corte dei Visconti per la famiglia Gonzaga. Dopo un periodo difficile e travagliato, fatto di guerre fra mantovani e milanesi, decise di tornare nella propria terra natia e di svolgere mansioni minori. Con la sua grande esperienza in questioni belliche venne incaricato di supervisionare i lavori inerenti alla costruzione del castello di Luzzara, ruolo che gli creò forti inimicizie con gli architetti locali. A castello ultimato gli venne affidato un incarico molto importante: accompagnare la neo sposa di Francesco Gonzaga, Agnese Visconti, presso la reggia mantovana. Da lì a poco, ormai vecchio e sofferente, Andrea Painelli venne condannato a morte dal subentrato reggente mantovano Francesco per ignote ragioni.

1 scritto nelle lettere come Bertholameus de Benedictis.